La superbia sconsiderata dei tuoi capelli neri. E il capriccio delle tue mani mentre il fumo ti avvolge nella penombra. Passo due ore o due minuti ( credimi non lo so) a interrogare le pieghe delle tue labbra. Le guardo per farmi raccontare di parole e morsi e baci non detti e non dati. Rimasti chiusi e senza senso alcuno. Per me: sei irreale. Strana razza quella che professa la fede su quattro corde. Le tue braccia sembrano uguali. Ma non sono le stesse braccia. La pietra pallida delle tue unghie. Il palmo liscio delle mani. Foglie in una pozza. Ho le spalle scoperte al fresco dell’estate. Ma il cuore no. Quello l’ho riposto nel tronco cavo di una betulla affinché i ragni, pazienti custodi vi tessano sopra fili di argento prezioso. Un elettrocardiogramma di ricami e ghirigori rondò per questo povero muscolo cavo grande quanto un pugno.
La tua maglietta d’un giallo tranquillo, quasi infantile, a righe cattura la mia attenzione. Un colore tenue come di chi sa essere tenue.
Solo pochi secondi. E poi. Io conosco già tutti i tuoi gesti. Il tuo modo di fumare e di accavallare le gambe, io lo conosco. Conosco come muovi le dita. E so quello sguardo perché ho a volte lo stesso sguardo anche io, o forse perché già l’ho visto, ma la mia mente non vuole ricordare e lo stomaco si impegna a non rimettere. Meglio non affaticarli questi organi vitali.
Suoni proprio come immaginavo. E questo mi piace. Resto a guardarti per un tempo che a me sembra brevissimo mentre davanti a te c’è una folla che s’agita, che scalcia, che si urta spalla contro spalla. Siamo in mezzo al caos primordiale della creazione e forse se chiudi gli occhi puoi sentirla questa energia che non viene da esplosioni cosmiche ma da amplificatori Marshall.
Non ridi. Ma vederti è come sapere che sei sereno. Che stai facendo quello che ti piace. Quindi, ridere, è praticamente inutile per te.
Sei gentile. Ma nel modo giusto. Forse imbarazzato.
Ti bacio e ti scusi di essere sudato. Reagisci con un sorriso impacciato un po’ a metà. Adesso sei un ragazzino piccolo, non più il ragazzo che ho visto sul palco cinque minuti prima. La tua maglietta rossa non lo nega. Non c’è più rumore. Solo un chiacchierio di fondo sommesso e piacevole. Ora non c’è più potenza ma solo la concentrazione tranquilla di chi dopo aver imparato a cadere fluttua nell’aria.
Quella stessa aria impregnata della superbia sconsiderata dei tuoi insolenti e malinconici capelli neri.